L’identità nazionale, ci insegnano i manuali, è quell’alchimia di lingua, storia, confini, miti fondativi, bandiere che sventolano al vento e inni cantati stonati negli stadi. Un noi collettivo che distingue “noi” da “loro”. Comunità, appartenenza, destino condiviso. Bella cosa, in teoria. In pratica, spesso è il modo più elegante per giustificare l’ingiustificabile.
L’identità nazionale, ci insegnano i manuali, è quell’alchimia di lingua, storia, confini, miti fondativi, bandiere che sventolano al vento e inni cantati stonati negli stadi. Un noi collettivo che distingue “noi” da “loro”. Bella cosa, in teoria: comunità, appartenenza, destino condiviso.
In pratica, spesso è il modo più elegante per giustificare l’ingiustificabile.
Poi esiste un’altra forma di identità, meno folkloristica e più fastidiosa per i nazionalisti: chiamiamola identità di valori. È quella per cui ti senti più vicino a una persona a migliaia di chilometri di distanza, se condivide con te un’idea di giustizia, libertà, uguaglianza, di quanto tu non ti senta vicino al tuo simpatico vicino di pianerottolo che crede ancora che il mondo sia stato creato in sei giorni lavorativi (col settimo di riposo, sindacale).
Io, per esempio, mi sento più affine a un africano o a un olandese che la pensa come me su diritti, democrazia e libertà, che non a un connazionale che resta ancorato alle più assurde dottrine religiose, ma con grande cortesia e buon vicinato. Oppure, naturalmente, a chi è un nostalgico di vecchi imperi e ama tanto salutare a braccio teso. Il problema è che l’identità nazionale, quella fatta di bandiere e inni, pretende di valere più dell’identità di valori. E quando succede, spesso succede il peggio.
L’enigma del fronte compatto
Arriviamo a Israele. Da oltre due anni assistiamo a quello che subiscono i civili palestinesi, a Gaza e non solo. Non serve essere esperti di geopolitica: basta avere un minimo di onestà intellettuale e, aggiungiamo pure, un paio di occhi funzionanti.
Eppure, nonostante le immagini, i rapporti delle organizzazioni internazionali, le testimonianze, le cifre, quasi tutti gli israeliani e una quantità impressionante di comunità ebraiche nel mondo continuano a sostenere Israele come se fosse impegnato non in una devastazione sistematica, ma in una gita scolastica un po’ turbolenta contro “i cattivi”.
Questa compattezza fa impressione. Fa paura. Perché non stiamo parlando di dettagli tecnici, ma di:
– carestia volutamente tollerata,
– bombardamenti sistematici,
– deportazioni ventilate con la serenità con cui si parla di delocalizzare una fabbrica.
Come si spiega questa quasi unanime adesione alla linea dura? È solo “essere ebrei” che sovrasta tutto il resto? È la sacralità dello Stato, della nazione, del “noi contro di loro”? Davvero una maggioranza così ampia ha pensato, lucidamente, che per colpire Hamas fosse “necessario” uccidere decine di migliaia di innocenti?
Io non ci credo. È persino troppo razionale. Più plausibile che, per molti, i civili palestinesi siano stati percepiti come un ostacolo fastidioso sulla strada verso l’obiettivo: sicurezza totale per “noi”, costo qualunque per “loro”. Il classico “effetto collaterale”, quello che si dice nei comunicati: suona meglio di “vite umane sacrificabili”.
I numeri dell’indifferenza
Non è che queste impressioni nascano da fantasie complottiste. Ci sono dati. Ci sono sondaggi. E no, non fatti nei bar, ma da istituti e media israeliani.
Canale 13: gli aiuti umanitari? Meglio di no.
Un sondaggio di Channel 13, maggio 2025:
– Il 53% dell’opinione pubblica israeliana si oppone all’ingresso di aiuti a Gaza. Non armi: aiuti. Cibo, medicinali, roba da vivi, non da combattenti.
A gennaio 2024, lo stesso canale aveva registrato un dato ancora più “incoraggiante” (per chi ama l’orrore ben organizzato):
– il 72% dei 503 intervistati sosteneva che l’ingresso degli aiuti umanitari dovesse essere fermato fino alla liberazione degli ostaggi israeliani.
Che cuore. Quindi un intero popolo deve essere tenuto alla fame in attesa di una condizione politica. Bambini inclusi, ovviamente.
La leggera “miglioria” nel 2025 pare dipenda dal fatto che nel secondo sondaggio sono stati inseriti anche cittadini arabi israeliani. Tradotto: se togli chi non è ebreo, i numeri diventano ancora più cupi. Ma questo dettaglio, curiosamente, non fa notizia.
Israel Democracy Institute: la carestia? Ma chi si disturba.
Arriviamo a un sondaggio dell’8 agosto 2025 dell’Israel Democracy Institute. Domanda limpida:
“Fino a che punto siete personalmente turbati o non turbati dalle notizie di carestia e sofferenza tra la popolazione palestinese a Gaza?”
Risultati tra gli ebrei israeliani:
– 23,4%: “non troppo turbato”;
– 55,6%: “per niente turbato”.
Circa l’80% che, sull’idea di un’intera popolazione alla fame, è sostanzialmente sereno. Non indignato, non tormentato, non combattuto: tranquillo.
È come se avessero chiesto: “Fino a che punto vi disturba che il vicino stia morendo di fame?”
Risposta media: “Mah… neanche tanto, basta che non faccia rumore.”
Times of Israel: l’annessione di Gaza? Ni.
Un altro sondaggio, stavolta del Times of Israel. Oggetto: l’annessione di parti della Striscia di Gaza.
– Il 53,2% degli intervistati si oppone all’annessione;
– il 38,9% la sostiene;
– il 7,9% non sa o non risponde.
Si potrebbe quasi dire: “vedi? Esiste moderazione!”
Pennsylvania State University: deportare, sterminare, normalizzare
Poi c’è il sondaggio condotto dalla Pennsylvania State University, riportato da Fanpage:
– l’82% degli ebrei israeliani sarebbe favorevole alla deportazione dei palestinesi di Gaza;
– il 47% approverebbe lo sterminio dei palestinesi di Gaza.
Rileggetelo lentamente: deportazione all’82%, sterminio al 47%.
Non si tratta di “frange estreme”, ma di percentuali da brivido. Numeri che, in qualsiasi altro contesto storico, verrebbero immediatamente accostati al termine che tutti fingono di non vedere: genocidio.
Cosa vogliono (oltre a tutto)?
Volendo sintetizzare:
Gli israeliani vogliono vivere in pace. Vogliono sicurezza. Vogliono andare in giro senza paura di attentati. Vogliono partecipare a un rave senza rischiare un 7 ottobre bis.
In sé, perfettamente comprensibile. Chi non vorrebbe non rischiare la vita andando a ballare? Il problema non è il desiderio di sicurezza; il problema è il prezzo che si ritiene accettabile far pagare a qualcun altro per quella sicurezza.
Per molti israeliani, la narrativa è semplice, lineare, teologicamente ben confezionata:
– questa è la nostra terra;
– ce l’ha promessa Dio;
– siamo il popolo eletto;
– quindi difendiamo lo Stato di Israele, perché è la materializzazione di quella promessa.
Che poi, a livello logico, basterebbe fermarsi un attimo e chiedersi:
“Davvero nel 2025 stiamo ancora giustificando tutto con ‘Dio ce l’ha promessa’?”
Personalmente, mi vergognerei anche solo a formularla mentalmente una cosa del genere. Ma qui sembra un argomento geopolitico autorevole.
La Palestina “sbagliata al momento giusto”
La terra si chiama Palestina. Era abitata da arabi palestinesi. Il problema – per loro, ovviamente – è che a inizio Novecento la zona era sotto mandato britannico. E quando gli inglesi amministrano qualcosa, la storia dimostra che, prima o poi, qualcuno paga un conto salatissimo.
Con l’aiuto dell’ONU (quella stessa ONU che oggi viene amabilmente ignorata), si decide che quella terra debba, in parte, essere assegnata agli ebrei.
Domanda fondamentale: a qualcuno è venuto in mente di chiedere cosa ne pensassero gli abitanti che ci vivevano già?
Ovviamente no. Come spesso accade, la storia la fanno i potenti, gli altri la subiscono.
E quando poi qualcuno osa ricordare che i palestinesi non accettarono la spartizione, arriva la risposta da manuale:
“Eh, ma loro hanno rifiutato la loro metà.”
Una metà della loro terra, decisa da altri, imposta dall’esterno, in spregio alla loro volontà. E avrebbero dovuto dire “grazie, che gentilezza, ne prenderemo atto con maturità”?
Immaginate domani i greci che rivendicano la Sicilia, la Calabria e la Puglia perché “2000 anni fa erano colonie greche” e l’ONU stabilisce che la metà del Sud Italia vada ad Atene. Tutti a trasferirsi bonariamente da Roma in su, sorridenti e comprensivi, giusto? Se qualcuno si ribella, ovviamente, è un pericoloso estremista.
“Israele ha diritto di difendersi”: la formula magica
Anche chi non approva tutto ciò che è successo dopo il 7 ottobre continua a ripetere, come un mantra: “Israele ha il diritto di difendersi.”
La frase, nella sua versione moralmente sterilizzata, suona bene, quasi neutra. Il problema è cosa si mette dentro quel “difendersi”.
– Bombardare edifici residenziali? Difesa.
– Assediare una popolazione intera? Difesa.
– Limitare cibo, acqua, medicinali? Difesa.
– Trasformare un territorio in una distesa di macerie? Difesa.
Difendere cosa, poi?
– Un assetto costruito su una terra sottratta?
– Un equilibrio fondato su espulsioni, occupazioni, apartheid de facto?
Ma guai a mettere in discussione il principio: chi lo fa viene immediatamente bollato come antisemita, nemico degli ebrei, negatore del loro diritto all’esistenza. Una discussione etica diventa, per magia, un atto d’odio identitario. La stessa identità nazionale usata come scudo morale.
Il capolavoro dell’ipocrisia europea
E l’Europa?
L’Europa applaude, sostiene, giustifica. Proprio quell’Europa – Germania, Italia in testa – che ha storicamente fatto ai cittadini ebrei ciò che oggi definiremmo senza esitazione barbarie assoluta. Il senso di colpa si è trasformato in un assegno in bianco: tutto giustificato, purché non sembriamo più “quelli cattivi”.
Risultato:
– gli europei che hanno perseguitato gli ebrei sono oggi amici stretti di Israele;
– i palestinesi, che non hanno organizzato la Shoah, pagano il conto.
Perfettamente logico, in effetti. Se hai fatto un torto gravissimo a qualcuno, la cosa migliore è far pagare un altro al posto tuo. È matematicamente elegante.
Il muro compatto dell’identità etnica
Ed eccoci al nodo finale: il fronte comune ebraico. Non solo in Israele, ma nelle comunità ebraiche sparse nel mondo. Un muro. Compatto. “Con Israele, sempre e comunque”.
Anche quando le immagini mostrano l’indifendibile, la posizione resta granitica:
– giustificare, minimizzare, relativizzare,
– spostare il discorso su Hamas,
– ignorare sistematicamente la sproporzione, la disumanizzazione, la devastazione.
E qui torniamo alla differenza tra identità nazionale/etnica e identità di valori.
– L’identità nazionale dice: “Sono dalla parte del mio popolo, qualunque cosa faccia.”
– L’identità di valori dice: “Sono dalla parte di chi subisce un’ingiustizia, anche se i colpevoli sono i miei.”
Oggi, molto vistosamente, ha vinto la prima. La compattezza cieca prevale sulla coscienza. L’essere “ebrei” (o “israeliani”, o “parte del popolo”) prevale sull’essere semplicemente esseri umani dotati di giudizio morale.
E chi prova a rompere questo fronte dall’interno – ci sono, pochi, coraggiosi – viene trattato come traditore. Perché il tradimento, nella logica dell’identità nazionale, non è uccidere innocenti: è mettere in discussione il gruppo.
Identità: bandiera o coscienza?
La domanda, in fondo, è brutale nella sua semplicità:
Preferiamo definirci per la bandiera o per i principi?
Per il passaporto o per la coscienza?
Per il “noi” etnico o per il “noi” umano?
Perché se “avere in comune la bandiera” vale più di “avere in comune l’idea che affamare un popolo sia sbagliato”, allora sì, il fronte compatto israeliano (e delle comunità ebraiche che lo appoggiano) è perfettamente comprensibile.
Spaventoso, ma comprensibile.
Quello che continuo a non capire – o forse non voglio accettare – è come ci si possa guardare allo specchio, difendere tutto questo in nome della sicurezza, della terra promessa, della storia, della nazione…
e non provare almeno un minimo di vergogna.
Ma forse la vergogna è il lusso di chi si riconosce prima come persona, e solo dopo come “membro di un popolo”. E questo, a quanto pare, sta diventando un’identità sempre più minoritaria.