Per comprendere appieno le foibe, è necessario tornare all'epoca in cui l'Italia fascista tentò di italianizzare con la forza i territori dell'Adriatico orientale. Durante la guerra poi l'esercito italiano, specialmente sotto il comando del generale …
Per comprendere appieno le foibe, è necessario tornare all'epoca in cui l'Italia fascista tentò di italianizzare con la forza i territori dell'Adriatico orientale. Infatti, dopo la Prima Guerra Mondiale, il trattato di Versailles assegnò all'Italia vaste aree abitate da popolazioni slave, come la Venezia Giulia e parte dell'Istria.
Gli italiani in Jugoslavia: prima e durante la guerra
Nel periodo tra le due guerre (1919-1941) il regime fascista iniziò una politica di italianizzazione forzata:
Tutte le scuole in lingua slovena e croata furono chiuse.
Fu proibito l'uso delle lingue slave nella pubblica amministrazione, tribunali e servizi pubblici.
Italianizzazione dei nomi: Migliaia di nomi slavi furono cambiati in versioni italiane.
Centri culturali slavi furono distrutti, giornali e pubblicazioni proibite.
Politica discriminatoria: I cittadini slavi furono considerati cittadini di "seconda classe".
Durante la Seconda Guerra Mondiale (1941-1943), quando Mussolini invase la Jugoslavia nell'aprile 1941, l'esercito italiano commise crimini di guerra su larga scala:
L'esercito italiano uccise circa 250.000 civili jugoslavi (principalmente serbi, croati e sloveni).
Deportazioni: Migliaia di persone furono deportate in campi di concentramento in Italia.
Villaggi dati alle fiamme: Centinaia di villaggi furono bruciati come rappresaglia.
Campi di concentramento: L'Italia istituì campi come quello di Rab (Arbe) in Croazia dove morirono migliaia di prigionieri.
Supporto agli ustascia: L'Italia appoggiò il regime collaborazionista croato degli ustascia, noto per la sua brutalità.
L'esercito italiano, specialmente sotto il comando del generale Roatta, utilizzò tattiche di terrore e repressione collettiva, bruciando interi villaggi e uccidendo tutti gli uomini adulti come rappresaglia per azioni partigiane.
Queste azioni crearono un odio profondo tra le popolazioni slave, che trovò sfogo nelle violenze del 1943-1945 quando i partigiani jugoslavi occuparono quei territori.
Le foibe nacquero in questo contesto di violenza e odio accumulato.
Quando l'Italia firmò l'armistizio con gli Alleati l’8 settembre 1943, si creò un vuoto di potere che scatenò una violenta ondata di vendetta contro i fascisti e i loro collaboratori.
Le foibe: stragi e vendette
Il termine "foiba" indica le profonde cavità carsiche tipiche della regione, ma divenne sinonimo delle stragi commesse dai partigiani jugoslavi tra il 1943 e il 1945.
Gli storici distinguono due principali ondate di violenza:
Prima ondata (1943)
Dopo l'armistizio, i partigiani jugoslavi occuparono rapidamente le zone lasciate dall'esercito italiano. In questo clima di caos, scattò la prima vendetta e ci furono circa 700 vittime italiane. Molti fascisti, collaborazionisti e rappresentanti del regime furono gettati nelle foibe. Ci furono inoltre violenze contro altri italiani (piccoli proprietari terrieri, preti e burocrati italiani, considerati simboli del dominio fascista).
Seconda ondata (1945)
Con la fine della guerra, i partigiani di Tito marciarono verso Trieste e l'Istria per annettere queste terre alla Jugoslavia. L’ obiettivo era eliminare chiunque potesse opporsi al nuovo regime. Furono presi di mira non solo fascisti, ma anche partigiani italiani non allineati con Tito e oppositori politici.
Le foibe divennero luoghi di occultamento dei corpi, ma la maggior parte delle vittime morì in prigione, nei campi di concentramento o durante le marce della morte. Gli storici stimano un totale di circa 4.000/5.000 italiani uccisi.
"È stato un orribile atto, ma deve essere visto nel contesto della Seconda Guerra Mondiale, in cui la violenza era la norma".
Il dibattito postguerra: manipolazione politica e memoria
Negli anni immediatamente successivi alla guerra, le foibe rimasero un tema marginale. Il Partito Comunista Italiano, mantenendo ottimi rapporti con quello jugoslavo, evitò di sollevare la questione per non compromettere le relazioni internazionali.
La svolta arrivò negli anni '90, con la fine della Guerra Fredda e la trasformazione del PCI in Partito Democratico della Sinistra. In questo contesto, le foibe divennero un terreno di scontro politico.
La strumentalizzazione della destra
La destra italiana, specialmente i post-fascisti di Alleanza Nazionale (oggi Fratelli d'Italia), trasformarono le foibe in un simbolo anticomunista.
Ci fu equiparazione delle foibe all'Olocausto, si parlò di "genocidio" ed "etnic cleansing" contro gli italiani. Il punto principale fu utilizzare le Foibe per minare il mito della Resistenza.
Nel 2004, il governo Berlusconi istituì il "Giorno del Ricordo" (10 febbraio), trasformando una tragedia locale in una commemorazione nazionale.
Le posizioni della sinistra
La sinistra si trovò in difficoltà. Da un lato, riconobbe la gravità delle violenze ma dall'altro, contestualizzò gli eventi nella lunga storia di oppressione fascista. Alcuni esponenti di sinistra iniziarono un percorso di autocritica.
Le conclusioni della Commissione Italo-Slovena (2000)
La Commissione Italo-Slovena, operativa dal 1993 al 2000 con 14 storici (7 italiani e 7 sloveni), raggiunse conclusioni importanti che vengono sistematicamente ignorate nella polemica politica. Sintetizziamo brevemente il documento finale in 4 punti:
1. Le foibe non furono genocidio né pulizia etnica: "Le stragi non rappresentano un'azione di pulizia etnica, ma atti di violenza politica".
2. Motivazioni politiche, non etniche: "Le direttive del Partito Comunista Jugoslavo erano esplicite: non colpire sulla base dell'etnia, ma dell'affiliazione politica".
3. Contesto di vendetta: "Le uccisioni avvennero in un clima di violenza fascista e per la guerra, e appaiono in larga misura il risultato di un progetto politico preordinato".
4. Obiettivo politico: "Il progetto mirava a eliminare persone e organizzazioni collegate alla Germania nazista e allo stato fascista italiano e a epurare 'reali, potenziali o presunti oppositori' dopo l'instaurarsi del regime comunista".
Il paradosso italiano
Mentre in Slovenia il documento fu ampiamente discusso e accolto come un passo verso la riconciliazione, in Italia fu completamente ignorato dalla classe politica. Come ha sottolineato lo storico Raoul Pupo: "Decidemmo di dare priorità alla memoria... alla storia. La memoria è una
cosa bella: dà l'opportunità di mettere in luce memorie precedentemente censurate. Allo stesso tempo, però, tutte le memorie sono unilaterali e soggettive".
Conclusione: verso una memoria storica complessa
Le foibe rappresentano una tragedia reale che ha causato sofferenze immense a migliaia di persone. Tuttavia, la loro memoria è stata sistematicamente strumentalizzata per scopi politici.
La destra italiana ha trasformato le vittime delle foibe in simbolo anticomunista.
Le conclusioni della Commissione Italo-Slovena offrono una via d'uscita: riconoscere la complessità storica, contestualizzare gli eventi senza giustificare le violenze, e distinguere tra memoria emotiva e analisi storica.
Solo superando la strumentalizzazione politica e riconoscendo sia le responsabilità del fascismo italiano che le tragedie causate dai partigiani jugoslavi, si può costruire una memoria veramente
inclusiva e pacificatrice.
Gli storici della Commissione Italo-Slovena (1993-2000)
La Commissione Italo-Slovena era composta da 14 storici, 7 per ciascun paese. Ecco i principali partecipanti italiani e sloveni:
Storici italiani
Raoul Pupo - Storico contemporaneo, professore all'Università di Trieste, uno dei massimi esperti di foibe e storia dei Balcani. Ha scritto numerosi libri sull'argomento e continua a investigare sulle violenze transnazionali.
Eric Gobetti - Storico che si è occupato di memoria collettiva e politiche della memoria.
Ha criticato fortemente la strumentalizzazione politica delle foibe.
Carlo Spartaco Capogreco - Storico specializzato nella storia del confine orientale e delle foibe.
Marco Bernardi - Ricercatore che ha analizzato la retorica politica attorno alle foibe e la costruzione della memoria pubblica.
Storici sloveni
Nevenka Troha - Storica slovena che ha lavorato sulla commissione e ha continuo a studiare le violenze del periodo.
Mitja Ferenc - Storico specializzato nella ricerca delle foibe e delle vittime del dopoguerra.
Bogomil Hrabak - Storico che ha contribuito all'analisi delle violenze politiche.
Jože Pirjevec - Storico sloveno di lingua italiana (ma spesso citato tra gli italiani per il suo lavoro), autore di importanti studi sulle foibe e sulla storia dei Balcani.
La commissione ha lavorato per 7 anni, analizzando documenti
d'archivio in entrambi i paesi, e nel 2000 ha prodotto un documento finale concordato da tutti i membri.