La Legge 185/90 e l’esportazione di armi verso Israele.

Art. 1, comma 1 della legge 185/90 vieta l'esportazione, il trasferimento e il transito di materiali di armamento verso Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani.

La posizione del governo italiano

L'Italia continua a esportare armi verso Israele, sollevando un acceso dibattito sull'applicazione della Legge 185/90. Questo testo esplora la tensione tra le ragioni del governo e l'obbligo di rispettare i diritti umani.

La Legge 185/90

Art. 1, comma 1: Vieta l'esportazione, il trasferimento e il transito di materiali di armamento verso Paesi:
 - "i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani";
 - "in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il caso di legittima difesa".
Art. 1, comma 6: Subordina l'autorizzazione all'esportazione alla verifica che le operazioni non contrastino con la politica estera e di difesa italiana, con gli impegni internazionali e con "il rispetto dei diritti umani".

Argomenti del governo italiano

Legittima difesa: Israele invoca il diritto alla legittima difesa (art. 51 Carta ONU) contro attacchi terroristici (Hamas). Il governo italiano tende a riconoscere questa motivazione, almeno in certe circostanze.

Valutazione "caso per caso": Ogni singola richiesta di esportazione viene esaminata per accertare che i materiali non siano destinati a commettere violazioni dei diritti umani o del diritto internazionale umanitario.

Garanzie di "end-use": Si richiedono garanzie che le armi esportate non vengano utilizzate per scopi diversi da quelli dichiarati (es. difesa del territorio, contrasto al terrorismo).

Rispetto dei diritti umani: Si valuta la situazione generale dei diritti umani nel paese destinatario, non si bloccano automaticamente le esportazioni solo perché ci sono preoccupazioni o denunce.

Interessi strategici: Si tiene conto degli interessi politici, economici e di sicurezza dell'Italia, che possono consigliare di non interrompere le relazioni commerciali con un determinato paese.

Argomenti di ONG, opposizioni, giuristi, attivisti e popolo italiano contro le scelte del governo

Violazioni dei diritti umani: Israele è accusato da numerose organizzazioni internazionali di violare i diritti umani dei palestinesi nei territori occupati (Gaza e Cisgiordania), anche al di là delle operazioni militari.

"Occupazione" come violazione permanente: L'occupazione dei territori palestinesi è considerata una violazione permanente del diritto internazionale, che rende illegittima la vendita di armi a Israele.

Armi usate contro civili: Anche se le armi italiane non sono direttamente usate in crimini specifici, si sostiene che contribuiscono a rafforzare la capacità militare di Israele e quindi indirettamente a perpetrare violazioni.

Mancanza di "end-use" verificabili: Le garanzie sull'uso finale delle armi sono difficili da verificare sul campo, e spesso non impediscono che vengano usate in modo improprio.

Obbligo di "due diligence": L'Italia ha l'obbligo di esercitare la "due diligence" (diligenza dovuta) per evitare che le sue esportazioni di armi contribuiscano a violazioni dei diritti umani. Questo obbligo imporrebbe un approccio più restrittivo.

Le conseguenze

Le conseguenze per l'Italia, se si scoprisse che armi esportate sono state utilizzate in violazione dei diritti umani, sarebbero molteplici. Potrebbero non solo avere un impatto significativo sulla sua credibilità e reputazione, ma potrebbero anche essere di natura ben più preoccupante.

Conseguenze giuridiche interne

Funzionari pubblici (es. del Ministero degli Esteri, della Difesa) che hanno autorizzato l'esportazione potrebbero essere accusati di reati come abuso d'ufficio, concorso in violazioni dei diritti umani o violazione della Legge 185/90.
I dirigenti delle aziende produttrici potrebbero essere accusati di reati simili, se si dimostra che erano consapevoli del rischio che le armi venissero utilizzate per commettere crimini.
Il governo potrebbe essere chiamato a rispondere per eventuali danni causati dalle armi esportate, sia nei confronti delle vittime dirette che di altri soggetti danneggiati.
Potrebbero essere avviate indagini amministrative per accertare eventuali responsabilità di funzionari pubblici o enti governativi.
Se si accerta che le armi esportate sono state utilizzate per violare i diritti umani, le licenze di esportazione già rilasciate potrebbero essere revocate.
Potrebbero essere introdotte restrizioni più severe per le future esportazioni verso il paese coinvolto.

Conseguenze politiche interne

Se lo scandalo fosse particolarmente grave, potrebbe portare a una crisi di governo, con richieste di dimissioni da parte dell'opposizione e della società civile.
All'interno della stessa maggioranza di governo potrebbero emergere divisioni e tensioni, con alcuni partiti che chiedono un cambio di linea sulla politica di esportazione di armi.
La scoperta di un uso improprio delle armi esportate potrebbe scatenare proteste di piazza, manifestazioni e campagne di sensibilizzazione da parte di movimenti pacifisti, organizzazioni per i diritti umani e altri gruppi della società civile.

Conseguenze giuridiche internazionali

Denunce alla Corte Penale Internazionale (CPI):
Se le violazioni dei diritti umani commesse con le armi italiane configurassero crimini di guerra, crimini contro l'umanità o genocidio, potrebbero essere presentate denunce alla CPI.
La CPI potrebbe avviare indagini per accertare le responsabilità individuali dei presunti autori dei crimini, compresi eventuali funzionari italiani che hanno contribuito a rendere possibili tali crimini.
Ricorsi alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG):
Un altro Stato potrebbe presentare un ricorso alla CIG per contestare la legalità dell'esportazione di armi da parte dell'Italia, sostenendo che viola il diritto internazionale.
L'Italia potrebbe essere sottoposta a sanzioni internazionali da parte dell'ONU, dell'UE o di altri Stati, se si accerta che ha violato il diritto internazionale in materia di esportazione di armi.

Conseguenze Politiche ed Economiche Internazionali

La reputazione dell'Italia come paese rispettoso dei diritti umani e del diritto internazionale potrebbe essere gravemente compromessa, con ripercussioni negative sulla sua influenza politica e culturale a livello globale.
Lo stesso varrebbe per la credibilità come mediatore di pace e promotore dei diritti umani, potrebbe essere messa in discussione, rendendo più difficile per il paese svolgere un ruolo positivo nella risoluzione dei conflitti internazionali.
Alcuni paesi potrebbero imporre ritorsioni economiche all'Italia, come restrizioni commerciali o boicottaggi, per protestare contro la sua politica di esportazione di armi.
E anche le relazioni diplomatiche con paesi esteri potrebbero deteriorarsi. Lo stesso vale per "movimenti internazionali" in profondo disaccordo rispetto alla scelta italiana di esportare armi verso Israele, la cui politica interna, ma anche quella internazionale, è sempre più mal tollerata.

I controlli

Il sistema di controllo sulle esportazioni di armi in Italia è complesso e coinvolge diversi attori e procedure. Di seguito una panoramica di come dovrebbe funzionare e chi è responsabile del monitoraggio sull'uso delle armi.
Le norme che regolano commercio e uso delle armi sono varie. Si inizia con la legge 185/90, cioè la legge italiana principale che disciplina  l'esportazione, l'importazione e il transito delle armi sul territorio nazionale.
Stabilisce i criteri per l'autorizzazione, i divieti e i controlli.
Regolamenti UE: L'Italia deve rispettare anche i regolamenti europei in materia di esportazione di armi, che mirano ad armonizzare le politiche degli Stati membri.
L'Italia aderisce poi a diversi trattati internazionali che regolano il commercio di armi, come l'Arms Trade Treaty (ATT), che impone obblighi di trasparenza e responsabilità.
Le autorità competenti in materia sono l'UAMA, cioè l' Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento. È l'ufficio del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) responsabile del rilascio delle licenze di esportazione.
Il Ministero della Difesa esprime un parere tecnico sulle richieste di autorizzazione, valutando le caratteristiche dei materiali e il loro potenziale impiego, mentre il Ministero dell'Interno fornisce informazioni sulla situazione del paese destinatario e sui rischi per la sicurezza.
Lo stesso vale per l'intelligence italiana che potrebbe fornire informazioni rilevanti.
La prassi per esportare armi ha una serie di passaggi, il primo dei quali è la richiesta dell'azienda produttrice, che presenta una richiesta di autorizzazione all'UAMA, fornendo dettagli sui materiali, sul paese destinatario, sull'acquirente e sull'uso finale previsto.
L'UAMA valuta la richiesta alla luce della Legge 185/90, dei regolamenti UE, dei trattati internazionali e dei pareri acquisiti. Può autorizzare, negare o "autorizzare con condizioni".
Notizie di queste vendite giungono in Parlamento e ai cittadini italiani quando il Governo presenta una relazione annuale sulle esportazioni di armi autorizzate.
Queste vendite sono controllate, sia prima che dopo. Prima della vendita, l'acquirente nel paese destinatario deve fornire un certificato "End-User Certificate" (EUC) in cui si impegna a utilizzare le armi solo per gli scopi dichiarati e a non rivenderle o trasferirle a terzi senza l'autorizzazione dell'Italia.
L'Italia può effettuare anche verifiche postvendita nel paese destinatario per accertare che le armi siano utilizzate conformemente agli impegni assunti. Queste verifiche possono essere svolte da funzionari italiani o da società specializzate indipendenti, e sono regolate da clausole inserite nei contratti di vendita che prevedono il diritto dell'Italia di ispezionare i depositi di armi e di ricevere informazioni sull'uso che ne viene fatto.
Chi si occupa di questo importante monitoraggio dell'uso finale?
La responsabilità primaria del monitoraggio ricade sull'UAMA, che non lo fa in prima persona ma si assicura che siano attuate le procedure di verifica e che siano raccolte le informazioni necessarie per valutare il rispetto degli impegni assunti. Il monitoraggio a quanto pare è a carico dei “Servizi di intelligence”, delle ambasciate e consolati italiani, di organizzazioni internazionali e ONG, che possono fornire informazioni e testimonianze sull'uso delle armi in contesti di conflitto o di violazione dei diritti umani.
Anche società specializzate possono essere incaricate di svolgere verifiche "post-shipment" indipendenti.
Inutile dire che questo monitoraggio è spesso difficile, se non impossibile, soprattutto in zone di conflitto. Le ragioni di queste difficoltà sono imputabili alla mancanza di risorse dell’UAMA, alla riservatezza sui controlli stessi, ma anche su influenze di tipo politico ed economico che minano l’imparzialità di controlli e controllori.