Caserme, Divise e Disciplina

Il processo di rimilitarizzazione delle forze dell’ordine non costituisce un incidente periferico, bensì l’esito quasi inevitabile di scelte strutturali.

Polizia schierata contro manifestanti

Nell’immaginario pubblico, la polizia rappresenta il presidio della legalità, una presenza destinata a mediare conflitti e custodire l’equilibrio civile. Eppure, osservando più da vicino la metamorfosi attraversata dai corpi di sicurezza italiani negli ultimi decenni, emerge una trama assai meno lineare: un ecosistema istituzionale dove la cultura della subordinazione, l’estetica della forza e una virilità spesso aggressiva si sedimentano fino a diventare norma implicita.
Le riflessioni sociologiche di Charlie Barnao e Pietro Saitta intercettano precisamente questo snodo. Secondo i due studiosi, il processo di rimilitarizzazione delle forze dell’ordine non costituisce un incidente periferico, bensì l’esito quasi inevitabile di scelte strutturali: reclutamento, addestramento, gerarchia e costruzione identitaria convergono nel produrre una figura professionale sempre più affine al combattente e sempre meno al funzionario civile.

Dalla caserma alla volante: il ritorno della mentalità bellica

Con la sospensione della leva obbligatoria e la riconfigurazione delle Forze Armate in apparati professionali, migliaia di ex militari hanno trovato collocazione nei corpi di polizia. Una migrazione silenziosa ma decisiva. Le stime indicano che circa un agente su tre possieda un retroterra militare.
Non si tratta soltanto di curriculum differenti. Cambia il modo stesso di leggere la società. Dove l’approccio civile tende a riconoscere nel cittadino un soggetto da tutelare, l’impostazione militare inclina più facilmente verso categorie dicotomiche: controllo, sospetto, neutralizzazione. Il territorio urbano smette di apparire come spazio sociale e assume i contorni di una zona operativa.
Numerose testimonianze interne descrivono gli ex militari come figure “granulari”, poco inclini alla mediazione, talvolta insofferenti verso garanzie procedurali considerate un ostacolo più che una tutela democratica. L’ideale del servitore pubblico scolora; al suo posto prende forma una retorica del “guerriero urbano”, temprato dalla disciplina e persuaso che l’autorità coincida con l’imposizione.
Giuseppe Tiani, da anni osservatore delle dinamiche legate alla sicurezza metropolitana, sottolinea come la preparazione professionale resti ancorata a modelli vetusti, scarsamente attrezzati per una società plurale, meticcia e attraversata da tensioni culturali nuove. In un contesto simile, l’uso della forza tende a diventare linguaggio riflesso anziché extrema ratio.

Obbedienza

Le accademie militari e i percorsi formativi delle forze dell’ordine italiane funzionano spesso come dispositivi di riforgiatura identitaria. L’individualità critica viene limata, compressa, resa compatibile con un organismo gerarchico che privilegia compattezza e conformità.
L’obiettivo non è necessariamente l’indottrinamento politico esplicito. Più sottile, e forse più efficace, è la sedimentazione di una cultura implicita che premia aggressività performativa, virilismo e fedeltà verticale. In ambienti del genere, chi manifesta esitazione o sensibilità viene percepito come elemento fragile, quasi contaminante.
È qui che attecchisce una fascinazione simbolica per codici estetici riconducibili all’immaginario fascista: ritualità muscolare, culto dell’ordine, idolatria della disciplina, esibizione della compattezza maschile. Non sempre si tratta di adesione ideologica dichiarata; spesso è un’appartenenza epidermica, una grammatica culturale introiettata fino a sembrare naturale.
Diverse indagini sociologiche hanno inoltre evidenziato una presenza significativa di orientamenti conservatori ed estremisti tra personale militare e di polizia. La correlazione tra struttura rigidamente verticale e inclinazione autoritaria appare tutt’altro che accidentale.

Omofobia e controllo del gruppo

L’aspetto più corrosivo di questo universo riguarda probabilmente il ruolo dell’omofobia come collante identitario. All’interno di caserme e commissariati, l’insulto omofobo non agisce soltanto come offesa: diventa strumento disciplinare, meccanismo di delimitazione della mascolinità accettabile.
Chi devia dal modello dominante rischia isolamento, ridicolizzazione o marginalità professionale. Vulnerabilità emotiva, orientamento sessuale non conforme o semplice eccentricità caratteriale vengono trattati come incrinature da correggere.
I dati raccolti da Polis Aperta — associazione collegata alla European LGBT Police Association — restituiscono un panorama inquietante. Tra il 5% e il 10% del personale appartenente a Forze Armate e Polizia sarebbe LGBTQ+, ma la quotidianità di molti resta attraversata da vessazioni continue, insinuazioni e sorveglianza informale.
Le testimonianze emerse negli ultimi anni mostrano una casistica difficile da liquidare come episodica:

 - un agente milanese trovò sul proprio armadietto la scritta “i froci non ci piacciono”;
 - un militare veneto tentò il suicidio dopo anni di umiliazioni reiterate;
 - altri raccontano di colleghi intenti a investigare clandestinamente
la vita privata degli omosessuali, fino a verificare intestazioni
automobilistiche o relazioni sentimentali.

Sebbene esistano direttive ufficiali contro le discriminazioni — come la circolare emanata nel 2016 dal generale Claudio Gabellini — il loro impatto concreto rimane spesso evanescente. Prevale una coltre di silenzio cautelativo: denunciare significa esporsi al rischio di isolamento, stagnazione di carriera o rappresaglie informali.

Militarizzazione globale e restringimento democratico

L’Italia non costituisce un’eccezione isolata. Dalla stagione delle guerre mediorientali fino alla diffusione delle logiche securitarie post-11 settembre, numerosi Stati occidentali hanno progressivamente trasferito strumenti, linguaggi e mentalità belliche all’interno della gestione dell’ordine pubblico.
Veicoli tattici, equipaggiamenti antisommossa sempre più sofisticati e procedure operative mutuate dai teatri di guerra hanno alterato il confine fra soldato e agente. La sicurezza urbana assume progressivamente il lessico della controinsurrezione.
Nel contesto italiano, molti osservatori individuano nel G8 di Genova del 2001 una frattura simbolica decisiva: una sorta di laboratorio repressivo dove pratiche eccezionali vennero sperimentate e poi normalizzate. Da allora, secondo diverse analisi, si sarebbe consolidata una progressiva erosione delle garanzie democratiche, accompagnata da una minore accountability rispetto agli abusi e da una crescente patologizzazione del dissenso sociale.
La polizia, in questa traiettoria, tende a rispondere sempre meno alla cittadinanza e sempre più a dinamiche corporative autoreferenziali.

Una questione sistemica, non episodica

L’impianto teorico di Barnao e Saitta, corroborato da testimonianze e dati recenti, suggerisce una conclusione difficile da aggirare: l’autoritarismo presente in segmenti delle forze dell’ordine italiane non appare come una deviazione temporanea, ma come il prodotto coerente di un assetto organizzativo preciso.
Finché reclutamento e formazione continueranno a privilegiare obbedienza automatica, culto gerarchico e modelli tossici di mascolinità, l’idea di una “polizia di prossimità” rischierà di restare una formula ornamentale, buona per i convegni ma lontana dalla realtà quotidiana.
Una trasformazione autentica richiederebbe molto più di slogan istituzionali: servirebbero trasparenza radicale, tutela effettiva dei diritti individuali, supervisione indipendente e una revisione profonda della cultura interna ai corpi. Altrimenti, le caserme continueranno a funzionare come cittadelle impermeabili, dove la disciplina divora lentamente il senso stesso della funzione democratica.

Studi e report

Esiste un corpus piuttosto ampio di report, ricerche sociologiche, monitoraggi legali e analisi internazionali che quantificano: uso della forza, arresti durante manifestazioni, restrizioni normative, impunità disciplinare, criminalizzazione del dissenso e percezione intimidatoria delle pratiche di ordine pubblico.

Nel caso italiano, una delle fonti più citate è il lavoro dell’Associazione Antigone. Pur occupandosi soprattutto di sistema penale e diritti, i suoi report annuali documentano l’espansione di dispositivi repressivi legati all’ordine pubblico, l’uso di misure preventive contro attivisti e l’aumento di procedimenti penali collegati a proteste sociali. Antigone ha evidenziato più volte come strumenti originariamente eccezionali — DASPO urbani, fogli di via, sorveglianza speciale — siano stati progressivamente estesi anche a contesti di mobilitazione politica e ambientale.

Amnesty International ha prodotto diversi rapporti sull’Italia relativi alla gestione delle manifestazioni, soprattutto dopo il G8 di Genova del 2001. In quel caso non si limitò a una denuncia qualitativa: raccolse dati su pestaggi, arresti arbitrari, assenza di identificativi sugli agenti e ostacoli giudiziari nell’accertamento delle responsabilità. Negli anni successivi Amnesty ha continuato a monitorare l’uso sproporzionato della forza nelle proteste, sottolineando la persistente mancanza di meccanismi indipendenti di accountability.

Anche il Consiglio d’Europa e la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo hanno contribuito indirettamente a quantificare il problema. Le sentenze relative ai fatti di Genova — come Cestaro c. Italia (2015) — hanno certificato violazioni sistemiche dei diritti umani, evidenziando non solo gli abusi ma anche l’insufficienza strutturale dei controlli interni. La Corte ha sottolineato come l’assenza del reato di tortura all’epoca e l’impossibilità di identificare gli agenti abbiano favorito una sostanziale impunità.

Sul piano quantitativo internazionale, è molto utile il progetto CIVICUS Monitor, che classifica i paesi in base allo stato delle libertà civili e del diritto di protesta. L’Italia viene generalmente considerata formalmente libera, ma negli ultimi anni sono state registrate preoccupazioni crescenti riguardo:
- uso eccessivo della forza durante manifestazioni;
- repressione preventiva di attivisti climatici;
- ricorso a misure amministrative contro i movimenti sociali;
- limitazioni indirette al diritto di assemblea.

Un altro osservatorio importante è l’OSCE/ODIHR, che pubblica linee guida e rapporti comparativi sulla gestione democratica delle assemblee pubbliche. Le loro analisi mostrano una correlazione abbastanza chiara tra modelli di polizia militarizzati e:
- maggiore probabilità di escalation violenta;
- minore tolleranza verso proteste non autorizzate;
- aumento dell’approccio “nemico interno”;
- ricorso prioritario a contenimento e deterrenza invece che mediazione.

Dal punto di vista accademico, gli studi di Donatella della Porta sono probabilmente i più rilevanti in Italia. Della Porta ha analizzato per decenni i rapporti tra movimenti sociali e apparati di sicurezza, mostrando come la militarizzazione dell’ordine pubblico produca effetti misurabili:
- radicalizzazione reciproca tra manifestanti e polizia;
- riduzione della fiducia istituzionale;
- aumento degli scontri fisici;
- restringimento dello spazio democratico percepito.

Anche l’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (FRA) ha pubblicato studi sulla profilazione discriminatoria e sull’impatto delle pratiche securitarie sulle minoranze e sugli attivisti. 

Fonti e link interessanti

Associazione Antigone
Associazione italiana che monitora diritti, carcere, ordine pubblico e uso degli strumenti repressivi.
- Sito ufficiale:
https://www.antigone.it
- Rapporti annuali:
https://www.antigone.it/rapporto-annuale-sulle-condizioni-di-detenzione/
- Osservatorio su diritti e repressione:
https://www.antigone.it/osservatorio/

Amnesty International
Documentazione internazionale su uso della forza, torture, gestione delle manifestazioni e accountability.
- Sezione Italia:
https://www.amnesty.it
- Rapporto sul G8 di Genova:
https://www.amnesty.org/en/documents/eur30/012/2001/en/
- Annual Reports:
https://www.amnesty.org/en/location/europe-and-central-asia/western-central-and-south-eastern-europe/italy/

Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU / ECHR)
Giurisprudenza sui diritti fondamentali e violazioni nelle pratiche di ordine pubblico.
- Sito ufficiale:
https://www.echr.coe.int
- Database HUDOC:
https://hudoc.echr.coe.int
Sentenze fondamentali:
- Cestaro v. Italy (2015)
https://hudoc.echr.coe.int/eng?i=001-153737

Consiglio d’Europa
Standard europei sui diritti umani e monitoraggio democratico.
https://www.coe.int

CIVICUS Monitor
Monitor globale sullo stato delle libertà civili e del diritto di protesta.
https://monitor.civicus.org

OSCE / ODIHR
Linee guida internazionali sulla gestione democratica delle assemblee pubbliche.
https://www.osce.org/odihr
Documento chiave:
- Guidelines on Freedom of Peaceful Assembly
https://www.osce.org/odihr/freedom-of-assembly

FRA — European Union Agency for Fundamental Rights
Agenzia UE sui diritti fondamentali.
https://fra.europa.eu
Materiali utili:
- Rapporti su profiling, discriminazione e pratiche di polizia
- Studi sul rapporto tra sicurezza e libertà civili

V-Dem Institute (Varieties of Democracy)
Grande database comparativo internazionale sulla qualità democratica.
https://www.v-dem.net
Dataset:
https://www.v-dem.net/data/the-v-dem-dataset/

 ← →   ← →   ← →   ← →   ← →  ← →

Donatella della Porta
Tra le più importanti studiose europee dei movimenti sociali, ordine pubblico e repressione del dissenso.
Profilo Scuola Normale Superiore:
https://www.sns.it/en/persona/donatella-della-porta
Libri fondamentali:
- Donatella della Porta, Social Movements, Political Violence, and the State (Cambridge University Press)
- Donatella della Porta, Policing Protest
- Donatella della Porta & Herbert Reiter (eds.), Policing Protest: The Control of Mass Demonstrations in Western Democracies

Charlie Barnao
Sociologo che ha lavorato su cultura organizzativa, autoritarismo e subculture nelle forze dell’ordine.
Profilo accademico:
https://docenti.unime.it/charliebarnao
Pubblicazioni:
- studi su identità professionale e cultura autoritaria nella polizia
- ricerche qualitative sulle pratiche di gruppo e sull’obbedienza gerarchica

Pietro Saitta
Sociologo noto per studi su polizia, violenza istituzionale, marginalità e governance securitaria.
Profilo:
https://www.unibo.it/sitoweb/pietro.saitta
Testi utili:
- lavori su Genova 2001
- studi sulla governance dell’ordine pubblico
- ricerche comparative sulla violenza istituzionale

Giuseppe Tiani
Sindacalista di polizia e autore di riflessioni sul modello organizzativo e democratico delle forze dell’ordine italiane.
SIAP:
https://www.siap-polizia.org
Contributi:
- dibattiti su formazione democratica della polizia
- accountability
- identificativi per agenti in ordine pubblico
- riforma culturale delle forze dell’ordine