Militari con doppia cittadinanza nelle IDF: un fenomeno globale con implicazioni legali complesse

Fonti ufficiali e ricerche giornalistiche parlano di circa 800 cittadini italiani con cittadinanza anche israeliana che hanno prestato servizio nelle IDF negli ultimi due anni. Questo dato, confermato anche dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, evidenzia la dimensione specifica del fenomeno nel contesto italiano.

La dimensione internazionale delle Forze di Difesa Israeliane

Un fenomeno di crescente rilievo internazionale sta mettendo sotto la lente d'ingresso la composizione transnazionale delle Forze di Difesa Israeliane (IDF). Secondo ricerche condotte da organizzazioni indipendenti come Declassified UK, oltre 50.000 militari israeliani possiedono la cittadinanza di almeno un altro paese, creando una rete di connessioni geopolitiche che
trascende i confini nazionali. Questa realtà coinvolge cittadini di Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Russia, Ucraina e Italia, sollevando interrogativi su responsabilità legali, obblighi militari e implicazioni diplomatiche.

Il quadro normativo israeliano: servizio militare obbligatorio per tutti

Lo Stato di Israele applica una legislazione rigorosa in materia di servizio militare, come stabilito dalla "Legge del servizio di difesa" del 1986. Questa normativa prevede per gli uomini 32 mesi di leva, mentre per le donne si scende a 24. L'obbligo riguarda sia i residenti in Israele che coloro che vivono all'estero e si estende anche ai cittadini con doppia cittadinanza.
La legge inoltre prevede, per i riservisti, che possano essere richiamati in servizio anche dopo aver completato il periodo obbligatorio, creando un sistema di mobilitazione che coinvolge anche i cittadini transnazionali.

Il caso italiano: dati e implicazioni diplomatiche

Secondo fonti ufficiali e ricerche giornalistiche, circa 800 cittadini italiani con doppia cittadinanza hanno prestato servizio nelle IDF negli ultimi due anni. Questo dato, confermato anche dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, evidenzia la dimensione specifica del fenomeno nel contesto
italiano. 
Le testimonianze raccolte raccontano di giovani italiani che, dopo aver prestato servizio militare, hanno deciso di rimanere in Israele come riservisti, tra cui alcuni triestini richiamati durante le operazioni recenti. Lo ha riferito il rabbino capo di Trieste, Eliahu Alexander Meloni, in
un'intervista al Tg Rai del Fvg. Ci sono anche casi di volontari, come quello di Noa Rakel Perugia che, dopo aver svolto il servizio militare in passato, si sono precipitati in Israele pochi giorni dopo il 7 ottobre, come riservisti richiamati per la guerra contro Hamas.
La presenza di militari italiani nelle fila delle IDF è resa possibile da un accordo bilaterale tra Italia e Israele, che consente ai cittadini con doppia nazionalità di adempiere all'obbligo di leva nello Stato ebraico senza incorrere in sanzioni da parte delle autorità italiane. Un accordo analogo esiste con altri paesi europei e nordamericani, sebbene con specificità giuridiche diverse.

Le implicazioni giuridiche internazionali

La partecipazione di cittadini transnazionali a operazioni militari ha aperto un fronte complesso nel diritto internazionale umanitario. Vari paesi firmatari delle Convenzioni di Ginevra e della Convenzione ONU sul Genocidio stanno valutando la propria posizione giuridica riguardo ai cittadini impegnati in conflitti armati all'estero.Soldati israeliani con doppia cittadinanza
La Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito nel luglio 2024 che gli Stati membri devono astenersi da qualsiasi sostegno alla continuazione dell'occupazione di Gaza e dei territori palestinesi, creando un quadro giuridico che potrebbe coinvolgere indirettamente anche i cittadini con doppia cittadinanza.
La Corte Penale Internazionale ha ricevuto numerose denunce relative al conflitto in corso, anche se il governo israeliano non riconosce la sua giurisdizione. Tuttavia, i cittadini con doppia cittadinanza potrebbero essere soggetti alle leggi dei paesi di cui possiedono il secondo passaporto.

Il caso sudafricano

Una particolarità interessante emerge dal Sudafrica, che ha già presentato alla Corte internazionale di Giustizia una richiesta di incriminazione contro Israele per genocidio. Un gruppo sudafricano filopalestinese sta monitorando attivamente i social media per raccogliere prove contro i militari israeliani con doppia cittadinanza.
Secondo fonti come la rivista Shomrin, esiste una profonda preoccupazione tra i soldati sudafricani intenzionati a visitare parenti e amici nel proprio paese d'origine. Il gruppo filopalestinese ha recuperato post e video pubblicati da militari a Gaza che mostrano distruzioni di scuole, università, infrastrutture civili e presunti abusi a danno di civili palestinesi.
Uno dei video diffusi mostra cittadini sudafricani che indossano uniformi dell'esercito israeliano, accompagnati da una dichiarazione minatoria del gruppo filopalestinese: "Siamo pronti. Al tuo ritorno, aspettati di essere arrestato". Di conseguenza, i soldati israelo-sudafricani stanno cancellando foto compromettenti dai loro account Facebook e bloccando follower su Instagram per evitare di essere identificati e perseguiti al rientro in patria.

Le iniziative legali in Europa e Nord America

L'attenzione internazionale si è concentrata sulle possibili responsabilità legali individuali, portando allo sviluppo di diverse iniziative giudiziarie:

Canada: La Polizia Federale ha avviato indagini su presunti crimini di guerra commessi da cittadini canadesi impegnati nelle IDF.
Regno Unito e Belgio: Sono state presentate denunce sia alla Corte Penale Internazionale che alle autorità nazionali, con particolare attenzione su potenziali violazioni del diritto internazionale umanitario.
Paesi Bassi: Il Movimento 30 Marzo ha depositato oltre 17 esposti nei confronti di cittadini olandesi con doppia cittadinanza, accusati di partecipazione a operazioni militari in Gaza.
Francia: Il deputato Thomas Portes ha chiesto formalmente al governo di indagare sui circa 4.000 cittadini francesi che prestano servizio nelle IDF e di revisionare l'accordo bilaterale che consente il servizio militare.
Svizzera e Austria: Le autorità giudiziarie stanno valutando l'apertura di procedimenti, riflettendo sull'applicazione delle leggi nazionali a condotte commesse all'estero.

Il Movimento 30 Marzo, con sede in Europa, sta intensificando gli sforzi per perseguire legalmente i soldati israeliani con doppia cittadinanza europea, presentando cause basate su testimonianze, materiale video e documentazione raccolta dai social media.

I "soldati solitari" e le strategie di autotutela

Una categoria particolare è rappresentata dai cosiddetti "lone soldiers": giovani provenienti dall'estero che scelgono di prestare servizio militare in Israele senza avere una famiglia residente nel paese. Questi individui, spesso arrivati a Tel Aviv all'età di 18 anni appositamente per arruolarsi, stanno adottando strategie di autotutela di fronte alle crescenti "minacce" legali.
Secondo fonti israeliane, costoro infatti stanno limitando gli spostamenti internazionali, cancellando contenuti compromettenti dai social media, bloccando follower su piattaforme come Instagram e TikTok.
L'esercito, dal canto suo, ha assunto esperti legali stranieri e ha trasformato il proprio dipartimento di diritto internazionale in una divisione dedicata a gestire le crescenti problematiche legali, riconoscendo che "questo sarà un problema per la prima volta nella storia moderna", come dichiarato dall'avvocato Haroon Raza (olandese - Movimento 30 marzo).

Le prove raccolte e le accuse

Le iniziative legali si basano su una vasta gamma di prove, tra cui:

- Video e post sui social media che mostrano distruzioni di infrastrutture civili
- Testimonianze su presunti abusi verso la popolazione civile
- Documentazione sull'uso di munizioni non guidate in aree residenziali
- Presunti utilizzi di armi vietate come il fosforo bianco

Le accuse principali riguardano crimini di guerra, crimini contro l'umanità, tortura e attacchi deliberati a obiettivi civili, con particolare attenzione alle violazioni del diritto internazionale umanitario.

Il dibattito politico italiano

In Italia, il tema sta emergendo lentamente - come da prassi ormai consolidata - nel dibattito pubblico, sollevando questioni delicate su:

- Le implicazioni nei rapporti con i paesi arabi e con la comunità internazionale
- La responsabilità dello Stato verso i cittadini con doppia cittadinanza
- La coerenza della politica estera italiana
- La definizione di appartenenza nazionale e obblighi verso due stati diversi

Mentre altri paesi europei hanno già avviato dibattiti parlamentari specifici, in Italia la questione rimane in una fase iniziale, sebbene i dati disponibili suggeriscano l'opportunità di un approccio più strutturato all'analisi delle implicazioni.
Resta il fatto che viene consentito a cittadini italiani di arruolarsi nell'esercito di un altro paese e prendere addirittura parte a combattimenti. Una condizione che forse gli Stati Maggiori italiani hanno sempre accettato ma mai gradito. Non è mica un dettaglio. Per la quantità  di soldati italiani con doppio passaporto impegnati nelle forze armate israeliane si può cominciare a parlare di coinvolgimento dell'Italia nella guerra contro i palestinesi. Un dato che né i palestinesi né altri paesi arabi potrebbero gradire. E questa, non nascondiamoci dietro ad inesistenti scuse, è responsabilità del Governo, che così mette in pericolo i cittadini italiani.

Conclusioni personali di un cittadino italiano ed europeo

Di fronte a questo fenomeno, non posso fare a meno di provare vergogna. Alla situazione storica della Palestina, al genocidio sostenuto da americani ed europei, alla riprovevole politica del Governo italiano, si aggiunge questa ultima (ma ho paura ce ne saranno altre) onta dell'Occidente. Cittadini di tutto il mondo hanno assistito, in diretta, a due anni di sangue e bombardamenti, impotenti di fronte ai poteri forti dei nostri stessi governi. Scoprire ora che le braccia che hanno portato morte e distruzione in Palestina possano essere di un cittadino italiano, come d'altronde di un francese o olandese, che semmai in questo momento è a riposo nella sua casa in Europa, mi provoca sdegno ma anche tanta rabbia. Ancora peggio poi pensare che questi cittadini europei, che si confondono tra di noi e che in ogni ora del giorno potremmo incontrare seduti al bar a prendere un caffè, mi fa veramente paura. Tutti noi abbiamo letto e sentito le loro ragioni: difendere l'esistenza di Israele ad ogni costo, anche se dall'altra parte della barricata ci sono anziani, donne e bambini innocenti. E' evidente che le loro priorità non sono le nostre, è evidente che la loro "doppia" vita può scontrarsi con la nostra, è evidente che pur essendo anche italiani, si sentono sostanzialmente israeliani.  

ps.
non ho potuto far a meno di sbirciare tra social e giornali online. Ho bisogno di capire. Ho trovato (e non ci ho perso che 10 minuti) articoli e foto su una studentessa italo-israeliana che si è recata in Israele subito dopo il 7 ottobre. Parlo di Noa Rakel Perugia, romana di nascita, ebrea, di circa 25 anni. Ne parla un articolo de La Stampa (leggi) del 9 ottobre 2023. Le stesse cose le riporta anche un articolo de Il Messaggero del giorno dopo.          Chi è Noa? Noa è una soldatessa riservista dell'esercito israeliano, che ora frequenta Relazioni internazionali alla Reichman University di Herzliya (israele). 
Nell'articolo Noa dice «Siamo pronti a partire. È nostro dovere». Non ha paura insomma, e lo si nota anche negli altri suoi scritti che si trovano in rete: uno del 2021, sulla scelta di arruolarsi (leggi), dove racconta il suo essere profondamente sionista, un altro sempre del 2023, su donnaclick,
dove dice “Sono una riservista dell’esercito israeliano, il mio Paese ha bisogno di me e io non posso tirarmi indietro”. Senza parlare dei suoi scritti su Substack, e delle pagine che segue su Facebook.                              Insomma, tutto per dire che è nata a Roma, ma vive per Israele ed il suo credo è il sionismo, come ribadisce in una delle varie interviste. Io mi chiedo come sia possibile. Come è possibile che una ragazza italiana di circa 20 anni abbia solo questo in testa? Ma forse non è difficile capirlo. Ha studiato in un liceo ebraico di Roma, per l'università si è trasferita in Israele e probabilmente saranno state ebraiche anche le scuole frequentate da bambina. Quindi? E quindi sarà anche cresciuta in Italia ma avrebbe potuto nascere e crescere ovunque, visto che pare abbia vissuto sempre in un ambito ristretto. Come dire, una volta erano i cristiani a mettere gli ebrei nei ghetti, ma a me pare che ormai ci si vogliano chiudere da soli e non aprirsi agli altri. Che forse ci si capirebbe di più.